Discorsi durante le chiamate varie di settimana scorsa:
1.
L. “E come state?”
S. “Mah, bene, ci stiamo preparando ora, ché macari, foorse, po’ esse’ che si va alla processione...”
S. “Vuoi che ti passo attua mamma, giusto?”
L. “Si grazie cuscì, ...”
L. “Mà, ciao, come stai? Come state?
M. “Bene, bene...”
L. “Gioele? La nonna? Daniel? La V.?
M. “Si, tutti bene, lui è beato qui, non piange e ride ché ha tutti intorno, lo lasciamo qui mi sa! Che sta troppo bene qui!”
L. “Eh immagino... Vi state preparando? Andate alla processione allora?”
M. “Si, forse..”
L. “Ah, e a che ora inizia?”
M. “Alle dieci emmezza”
L. “Ma son le undici meno un quarto..!
M. “Tanto dura fino alla una...”
L. “Eh madò che é? Andate a piedi fino a Palermo e tornate?”
...
2.
L. “E come state?”
S. “Si, non c’é mmale grazie e tu, come te la cavi? Avevi bisogno tua mamma immaggino, giusto? Te la passo ah?”
L. “Brava, c’hai azzeccato, grazie”
L. “Ciao, ho sentito eh! Non è vero che ti chiamo solo perché ho bisogno vah! Buona Pasqua, e... quali patate devo usare per prime, ché ci sono due sacchetti in cantina?”
Da notare l’uso del condizionale nel primo dialogo, ché é presente in quasi tutte le conversazioni riguardanti programmi, spostamenti, viaggi, e “cose da fare” in generale... Tipico della zona parlar così, perché loro l’han capito, ché non c’é niente di certo a questo mondo.
E scusate se parlo un po’ poco apparecchiato ma di voglia di seguir le regole sintattiche e grammaticali ne ho sempre meno, come un po’ tutto d’altronde.
L.G.

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